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Situato a Brossay, alle porte di Saumur, nella Valle della Loira, Château de Fosse-Sèche è una tenuta unica nel suo genere. I suoi quarantacinque ettari in un unico appezzamento comprendono una quindicina di ettari di vigneti; il resto è interamente dedicato alla biodiversità: boschi, prati fioriti, stagni, alveari e un rifugio ufficiale della Lega per la protezione degli uccelli. Gestito dai fratelli gemelli Guillaume e Adrien Pire e dalle loro compagne, il vigneto sorge su un terroir giurassico di selce e ossido di ferro, l'eolite, un'anomalia geologica in una zona di Saumur dominata dal tufo. Certificata prima in agricoltura biologica e poi in biodinamica, e membro di Biodyvin, la tenuta produce cabernet dalla purezza apprezzata in tutto il mondo e chenin di rara profondità.
La storia del luogo risale al Medioevo, e anche a molto prima: oltre otto secoli fa i monaci benedettini vi piantarono la vite per produrre il vino della parrocchia, e un documento del 1238 menziona già la dimora con il suo nome latino, Fossa Sicca. La signoria apparteneva allora al priorato di Saint-Pierre de Montreuil-Bellay e rimase proprietà ecclesiastica per diversi secoli, fino alla Rivoluzione. La tenuta conserva le tracce di questo passato: vasche vinarie in muratura tra le più antiche di Francia, un muro del castello del XVI secolo, un forno comunitario, una cappella e una colombaia. Fu sempre qui che, nel 1905, il viticoltore Paul Taveau condusse nuove prove di vinificazione e mise a punto il celebre Cabernet d'Anjou, premiato alle Esposizioni universali di Liegi nel 1905 e di Bruxelles nel 1910.
La storia contemporanea inizia nel 1998, quando Guillaume Pire, di origine belga, arriva con la madre e il patrigno dopo aver lasciato il loro vigneto in Madagascar. Cresciuti tra l'Africa occidentale e la Grande Île, i fratelli Pire trovano una tenuta in cattive condizioni ma dalle immense potenzialità. Guillaume si occupa della vinificazione e della commercializzazione; nel 2010 lo raggiunge il fratello gemello Adrien, insieme alla compagna Cécile, per seguire il lavoro in vigna. Nel 2012 le due coppie rilevano ufficialmente la proprietà e avviano la conversione alla biodinamica. I vini, a lungo prodotti come AOC Saumur, sono oggi perlopiù commercializzati volontariamente come Vin de France: una scelta di libertà che permette di preservare l'identità pura dei cabernet della tenuta, ormai serviti in oltre duecento ristoranti stellati nel mondo.
Il vigneto occupa l'estremità dell'altopiano di Brossay, dove una faglia geologica ha portato alla luce un piccolo pianoro di calcare giurassico, molto più antico del tufo cretaceo su cui poggia il resto del Saumurois. Su questa base si estendono terreni di selce frantumata e ossidi di ferro, chiamati localmente éolithe, nome che la tenuta ha dato alla sua cuvée più conosciuta. Questo terreno sassoso, quasi privo di calcare attivo e argilla, trattiene poca acqua: le radici scendono in profondità e le rese rimangono naturalmente basse, intorno ai 20-30 ettolitri per ettaro. Le pietre di selce accumulano il calore del giorno e lo rilasciano di notte, mentre il vento dell'altopiano assicura freschezza e una buona sanità delle uve.
I vitigni coltivati sono cabernet franc e cabernet sauvignon per i rossi, chenin e un tocco di chardonnay per i bianchi. Ma la particolarità della tenuta risiede soprattutto nel suo ambiente: le vigne occupano solo un terzo della proprietà, circondate da un vero e proprio recinto vegetale, due grandi boschi, siepi, alberi e fiori ripiantati, stagni allestiti per gli anfibi, rifugi per pipistrelli, arnie e persino un gregge di capre e pecore. Questo ecosistema ricostituito regola naturalmente gli equilibri del vigneto. La coltivazione è certificata biologica dalla metà degli anni 2000 e biodinamica dal 2012, con le certificazioni Ecocert e Biodyvin.
In cantina, la filosofia si riassume in un'idea: poca estrazione, lunga pazienza. La vendemmia è manuale, con selezione delle uve; le fermentazioni alcoliche si avviano esclusivamente con lieviti indigeni e talvolta si protraggono per diversi mesi, a basse temperature per preservare il frutto e la finezza aromatica. Guillaume Pire ricerca vini tesi, minerali, poco estratti e dal finale notevolmente lungo, anziché rossi potenti e appariscenti.
La cantina ospita un'impressionante fila di vasche ovoidali ispirate alle antiche anfore, realizzate con argilla, calce idraulica e sabbie argillose. Questo cemento naturale poroso consente una lenta micro-ossigenazione, una perfetta stabilità termica e, soprattutto, non conferisce alcuna impronta legnosa, lasciando esprimere senza filtri il frutto e il terroir. Qui gli affinamenti si protraggono a lungo, fino a trenta mesi per le cuvée da invecchiamento, integrati a seconda delle annate da una quota di barrique. I vini vengono imbottigliati con un'aggiunta minima di solfiti e spesso richiedono un passaggio in caraffa per rivelarsi appieno, tanto sono concepiti per sfidare il tempo.
Éolithe rouge è la cuvée emblematica della tenuta e una delle più belle espressioni del cabernet franc della Loira. Assemblaggio a netta prevalenza di cabernet franc, completato da un po' di cabernet sauvignon, è vinificata a bassa temperatura con un'estrazione molto misurata, poi affinata in parte in barrique e in vasche ovoidali di cemento d'argilla. Al naso emergono note floreali, frutti rossi freschi, sottobosco e un tocco di grafite tipico della selce. Il palato sorprende per la sua linearità, la morbidezza della trama, i tannini fini e la notevole facilità di beva, con un finale lungo, minerale e sapido. Da decantare per un'ora e servire tra 16 e 18 gradi, con carne rossa, selvaggina da piuma o un piatto in salsa.
Arcane blanc è il grande bianco della casa, uno chenin di carattere che figura tra i riferimenti della denominazione. Vendemmiato a piena maturità e affinato a lungo, coniuga potenza ed eleganza con disarmante naturalezza. Al naso sprigiona aromi di fiori bianchi, miele, pera, mela cotogna e frutti gialli ben maturi; il palato è ricco e carnoso, molto equilibrato, sostenuto da un'amarezza nobile e da una freschezza che ravviva il finale. Di splendida costanza da un'annata all'altra, possiede un buon potenziale di invecchiamento e si abbina a pesce in salsa, carpa, sashimi, tempura o piatti della cucina thailandese e vietnamita.
Réserve du Pigeonnier prende il nome dalla colombaia del XVI secolo restaurata nella proprietà ed è il grande vino rosso da invecchiamento della tenuta. Proviene esclusivamente dai filari di viti più vecchie, con una resa estremamente bassa di circa 12 ettolitri per ettaro, una lunga macerazione a temperatura molto bassa e un affinamento che può raggiungere i trenta mesi in anfore ovoidali di cemento d'argilla. Il colore rubino dai riflessi granati preannuncia un bouquet di eccezionale maturità aromatica, con frutti rossi estivi, peonia, spezie e cuoio pregiato. Al palato acquista profondità e polpa rispetto a Éolithe, con un'intensa espressione minerale e la capacità di attraversare i decenni. Un vino d'eccezione, da decantare assolutamente e servire fresco, lasciando poi che salga di temperatura.
Les Tris de la Chapelle è la cuvée rara e affascinante della tenuta: uno chenin ottenuto da selezioni successive di uve botritizzate, ma vinificato come bianco perfettamente secco, con un affinamento di circa dodici mesi in barrique. Questo approccio controcorrente dà vita a un vino dalla densità e dalla complessità non comuni, tra frutta candita, cera, spezie dolci e mineralità sapida, sostenuto da un equilibrio che lascia intuire un enorme potenziale di invecchiamento. Prodotto in quantità estremamente limitate, è tra le bottiglie più ricercate di Fosse-Sèche.
Clé de Voûte fa parte del patrimonio storico della tenuta: una cuvée rossa di selezione prodotta in alcune annate e oggi ricercata nelle vecchie bottiglie. Nata dagli stessi terreni di selce e ossidi di ferro, presenta una trama fitta, un frutto nero profondo e una mineralità che richiama la grafite, con quell'austerità giovanile propria dei vini di Fosse-Sèche che richiede pazienza prima di schiudersi su un ventaglio speziato e complesso.
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