Vieux Télégraphe 2024 bianco
Vieux Télégraphe 2005
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Questo domaine de Bédarrides appartiene alla famiglia BRUNIER dalla fine del 19° secolo, e la 5a e 6a generazione sono a capo di questa tenuta di oltre 100 ettari nell'appellazione Châteauneuf du Pape. Il domaine produce la cuvée Vieux Télégraphe (52 ettari in rosso in un unico appezzamento e 6 ettari in bianco) nel settore della Crau, molto rinomato per i suoi ciottoli rotondi che riposano su uno spesso strato di argilla. Questa cuvée, basata su vecchie vigne di circa 70 anni (65% Grenache, 15% Mourvèdre, 15% Syrah e 5% Cinsault e altri vitigni), rappresenta la cuvée di punta del domaine, e si può affermare che, anche se la sua produzione è di circa 200 000 bottiglie all'anno, è reputata di altissima qualità.
Tutto ha inizio nel 1891, quando Henri Brunier trasmette al figlio Hippolyte alcune parcelle sull’altopiano della Crau, allora considerato quasi impossibile da coltivare per l’elevata densità di pietre. Hippolyte vi pianta le sue prime viti, su un altopiano dove la vite era già presente nel XIV secolo e dove Claude Chappe aveva fatto costruire nel 1821 una delle sue torri del telegrafo ottico. Sarà il figlio di Hippolyte, Jules, a portare la tenuta a poco meno di venti ettari e a dare al vino il nome Vieux Télégraphe, in omaggio a quel vestigio che sorge in mezzo alle vigne.
Dopo la Seconda guerra mondiale, Henri Brunier, quarta generazione, risolleva la tenuta, la amplia fino a una cinquantina di ettari in un unico appezzamento e afferma uno stile inconfondibile, che fa conoscere sui più importanti mercati mondiali. Fin dai primi anni Ottanta, i suoi figli Frédéric e Daniel guidano insieme l’impresa di famiglia: un centinaio di ettari a Châteauneuf-du-Pape e una ventina di ettari nelle zone IGP Vaucluse e AOC Ventoux. Nel 1998 si aggiungono due avventure significative: l’acquisto del Domaine Les Pallières a Gigondas insieme all’amico e importatore americano Kermit Lynch, e la creazione di Massaya in Libano, nella valle della Bekaa, con Sami e Ramzi Ghosn. Nel 2015 e nel 2016, Nicolas, figlio di Frédéric, ed Édouard, figlio di Daniel, assumono ruoli chiave nell’impresa, seguiti nel 2018 da Manon, figlia di Frédéric. La sesta generazione è ormai al suo posto, fedele alla filosofia delle origini.
Il cuore della tenuta è l’altopiano della Crau: circa settanta ettari in un unico appezzamento, a un’altitudine di un centinaio di metri, interamente ricoperti da uno spesso strato di ciottoli depositati dai ghiacciai alpini prima della formazione della valle del Rodano. Sotto i ciottoli, una profonda argilla rossa e un sottosuolo di sabbie e arenarie permettono alle radici di spingersi in profondità e di nutrire le viti anche nelle estati più secche. Questa rara combinazione, insieme al maestrale che mantiene sano il vigneto e a un’esposizione molto soleggiata, dà vini potenti, ma sempre segnati da una caratteristica mineralità pietrosa.
La famiglia coltiva anche altri volti della denominazione: l’altopiano pietroso di Piedlong, a nord del villaggio, e la zona più sabbiosa di Pignan, favorevole a vini più fini e profumati, oltre al Clos la Roquète, una piccola parcella di due ettari dai terreni sabbiosi dedicata ai vitigni a bacca bianca. L’età media delle viti supera spesso i sessant’anni, con una prevalenza di grenache completato da mourvèdre, syrah, cinsault e dai vitigni secondari della denominazione. Oltre a Châteauneuf-du-Pape, i Brunier lavorano i contrafforti del Mont Ventoux per le cuvée Mégaphone e Pigeoulet e i pendii freschi e ripidi di Les Pallières, a Gigondas, dove il calcare delle Dentelles de Montmirail apporta tensione e freschezza. Ovunque la coltivazione è attenta e rispettosa, con lavorazioni del terreno, vendemmia manuale e rese controllate.
La cantina, scavata nella roccia a Bédarrides, illustra la filosofia della casa: niente di spettacolare, tutto all’insegna della precisione. Le uve vengono vendemmiate a mano, selezionate e poi diraspate poco o per nulla a seconda delle annate, preservando così freschezza e struttura. Le fermentazioni avvengono con lieviti indigeni, in vasche di cemento o di legno, con lunghe macerazioni ed estrazioni delicate, senza ricercare una concentrazione eccessiva.
Segue l’affinamento, cifra stilistica della tenuta: i rossi trascorrono un anno o più in vecchie botti grandi di rovere, che non conferiscono sentori di legno ma consentono una lenta micro-ossigenazione, prima di passare in vasche di cemento, dove l’assemblaggio si armonizza prima dell’imbottigliamento. I bianchi vengono pressati delicatamente e vinificati in parte in vasca, in parte in fusti e demi-muid, poi affinati sulle fecce fini per acquistare consistenza senza perdere vivacità. Il rifiuto di affinamenti vistosi spiega il carattere dei vini: ricchi e densi in gioventù, talvolta austeri, hanno bisogno di tempo per sprigionare tutta la loro energia e si rivelano dopo cinque-dieci anni, con una capacità di invecchiamento che supera spesso i due decenni.
Châteauneuf-du-Pape Vieux Télégraphe La Crau rouge: il grande vino della tenuta, ottenuto dalle vigne più vecchie dell’altopiano della Crau. A prevalenza di grenache, completato da mourvèdre, syrah e cinsault, è affinato in vecchie botti grandi e poi assemblato in vasca. Colore intenso, profumi di frutti neri, macchia mediterranea, cuoio, liquirizia e spezie, sorso denso, strutturato e sapido, con tannini nobili. Un classico assoluto della denominazione, che migliora nell’arco di venti-trent’anni.
Châteauneuf-du-Pape Vieux Télégraphe La Crau blanc: assemblaggio di clairette, grenache blanc, bourboulenc e roussanne, è uno dei bianchi più rinomati del sud della valle del Rodano. Ampio e dalla consistenza ricca, esprime fiori bianchi, frutta a nocciolo, finocchio e mandorla, con un finale minerale persistente. Noto per la sua spettacolare evoluzione, dopo una decina d’anni in cantina acquista complessità con note di tartufo e miele.
Châteauneuf-du-Pape Télégramme: il secondo vino della tenuta, ottenuto da vigne di meno di trent’anni e da parcelle situate fuori dagli altopiani della Crau e di Piedlong. A prevalenza di grenache, con l’aggiunta di syrah, mourvèdre e cinsault, è affinato prima in vasca e poi in botti grandi. Morbido, rotondo e invitante, con note di frutti rossi maturi e spezie dolci, si beve con piacere fin da giovane.
Châteauneuf-du-Pape Piedlong: prodotta a partire dall’annata 2011, questa cuvée unisce il grenache di vecchie vigne dell’altopiano pietroso di Piedlong al mourvèdre della zona sabbiosa di Pignan. Più ariosa e floreale di La Crau, punta sulla finezza, sulla freschezza e su una consistenza vellutata attraversata da una bella mineralità. Uno Châteauneuf-du-Pape di grande eleganza, da stappare dopo cinque anni.
Châteauneuf-du-Pape Clos Roquète blanc: ottenuta da una parcella di due ettari del Domaine La Roquète, acquisito nel 1986 e reimpiantato con vitigni a bacca bianca, questa rara cuvée unisce grenache blanc, roussanne e clairette in proporzioni pressoché uguali. I terreni sabbiosi le conferiscono finezza e freschezza; l’affinamento sui lieviti in barrique e demi-muid le dona volume e complessità. Un bianco gastronomico prodotto in quantità molto limitate.
Vieux Marc de Châteauneuf-du-Pape: acquavite di vinaccia distillata dalle vinacce della tenuta e invecchiata a lungo in vecchie botti. Ambrata e profumata, con note di frutta secca e spezie, prolunga il piacere della degustazione a fine pasto e perpetua una tradizione provenzale.
Gigondas Les Pallières Terrasse du Diable: ottenuta dalle terrazze calcaree più alte del Domaine des Pallières, acquisito nel 1998 insieme a Kermit Lynch, questa cuvée punta sulla freschezza e sulla verticalità. Grenache dominante, aromi di ciliegia nera, macchia mediterranea e pepe, sorso teso e minerale. Un Gigondas austero, molto diverso dalle versioni più calde della denominazione.
Gigondas Les Pallières Les Racines: proveniente dalle vigne più vecchie della tenuta, piantate nelle zone dai terreni più profondi, offre maggiore densità e corpo. Frutti neri canditi, spezie, note di sottobosco e tannini avvolgenti compongono un Gigondas ampio e profondo, pensato per invecchiare da dieci a quindici anni.
Les Pallières Au Petit Bonheur: vino dal colore chiaro ottenuto dalla pressatura di uve rosse, questo rosato gastronomico proviene dagli stessi ripidi pendii di Gigondas. Colore pallido, profumi di piccoli frutti rossi e agrumi, sorso vinoso e sapido: molto più di un rosato estivo, è un vino da tavola a pieno titolo.
Ventoux Mégaphone: nata da parcelle sui contrafforti del Mont Ventoux, questa cuvée unisce principalmente grenache e syrah su terreni più freschi e a quote più elevate. Il frutto è vivido, il sorso morbido e scorrevole, con un accenno pepato. Un ottimo rapporto qualità-prezzo per scoprire lo stile Brunier.
Le Pigeoulet rouge: ottenuta da parcelle ai piedi del Ventoux e sulla riva sinistra del Rodano, questa cuvée unisce una netta prevalenza di grenache a syrah, carignan e cinsault ed è affinata per circa dodici mesi in botti grandi. Fruttata, speziata e morbida, si beve fresca, senza aspettare, in abbinamento alla cucina mediterranea.
Le Pigeoulet blanc: la versione bianca della cuvée, un assemblaggio di vitigni meridionali che dà un vino fresco e floreale, con note di agrumi, fiori bianchi e frutta a polpa bianca. Vivace, leggero e dissetante, accompagna perfettamente antipasti, pesce alla griglia e formaggi di capra.
I vini di Massaya (Libano): fondata nel 1998 con i fratelli Sami e Ramzi Ghosn nella valle della Bekaa, questa azienda consorella completa la gamma della famiglia Brunier. Vi si trovano Le Colombier, un rosso fruttato e speziato, Les Terrasses de Baalbeck e Cap Est, più strutturati e adatti all’invecchiamento, oltre a un bianco e un rosato mediterranei e all’Arak el Massaya, tradizionale distillato all’anice ottenuto da uve locali.
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