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Situato nella Linguadoca nella frazione di Lenthéric, il Domaine Léon Barral è condotto dal 1990 da Didier Barral, figlio di Léon Barral, aiutato dal fratello Jean-Luc. Il vigneto si estende su 35 ettari, piantato su colline schistose molto ripide orientate a sud e riparate dai contrafforti delle Cévennes. Qui è stato adottato un metodo di coltivazione che rispetta l'ambiente naturale e la sua biodiversità, scegliendo di favorire le interazioni tra la vite e la vita dei suoli, con l'obiettivo di rafforzare l'immunità della vite.
La famiglia Barral coltiva la vite a Lenthéric da tredici generazioni. Per secoli, le uve venivano conferite alla cantina cooperativa oppure usate per produrre il vino di casa. La svolta arriva all'inizio degli anni Novanta, quando Didier Barral decide di rilevare le vigne di famiglia, vinificare personalmente e commercializzare la propria produzione in bottiglia. La prima annata prodotta dalla tenuta esce nel 1993. Decide di dare alla proprietà il nome del nonno, Léon Barral, in omaggio a questa lunga stirpe contadina, e lavora fin dall'inizio al fianco del fratello Jean-Luc.
Ben presto Didier Barral si allontana dai sentieri battuti. Convinto che la qualità del vino si giochi interamente nel suolo e non in cantina, abbandona i prodotti di sintesi e si orienta verso l'agricoltura biologica, poi verso la biodinamica. Si spinge ben oltre la maggior parte dei suoi contemporanei, smettendo progressivamente di arare, reintroducendo animali tra i filari e osservando gli organismi viventi, dai lombrichi agli scarabei stercorari, come indicatori della salute delle sue parcelle. Questo lavoro gli è valso un notevole riconoscimento: oggi è considerato in Francia una delle figure di spicco del movimento biodinamico e i suoi Faugères, esportati in tutto il mondo, sono tra i vini della Linguadoca più ricercati sia dagli appassionati di vini naturali sia dalla critica tradizionale.
Il vigneto si estende su pendii scistosi molto ripidi, esposti a sud e riparati dai primi rilievi delle Cévennes. Lo scisto, roccia madre della denominazione Faugères, si sfalda in profondità e permette alle radici di scendere molto in basso alla ricerca d'acqua: questo spiega la freschezza e la mineralità che caratterizzano tutti i vini della tenuta nonostante il clima mediterraneo. L'altitudine, le notti fresche dovute alla vicinanza della montagna e l'orientamento delle parcelle creano maturazioni diverse; ogni cuvée proviene da parcelle scelte per la loro esposizione: la syrah di Jadis viene da pendii esposti a sud, quella della Valinière da versanti esposti a nord.
Le vigne sono vecchie, alcune sfiorano il secolo, e questo mantiene naturalmente le rese molto basse. Ma la vera particolarità della tenuta sta nel considerare il suolo un organismo vivente. Le parcelle non vengono più arate, per preservare la fauna sotterranea e la struttura naturale del terreno. Una mandria di mucche pascola tra i filari da ottobre ad aprile, restituendo materia organica di cui Didier Barral analizza pazientemente la trasformazione; intanto maiali neri, animali da cortile, alberi da frutto, siepi e aree inerbite ricostituiscono un ecosistema completo. Una parte importante della proprietà è del resto destinata ad attività diverse dalla viticoltura, secondo una logica di policoltura volta a rafforzare la capacità di difesa del vigneto anziché a trattarlo.
Didier Barral ritiene che il vino sia praticamente fatto quando l'uva lascia la vigna. La vendemmia è manuale e le cuvée vengono vinificate separatamente, vitigno per vitigno e parcella per parcella. Le macerazioni durano tre-quattro settimane in vasche di cemento, con follature manuali regolari e senza ricercare un'estrazione aggressiva. La pressatura avviene poi delicatamente, alla maniera di un tempo, in un vecchio torchio verticale di legno: da qui derivano la particolare consistenza e l'assenza di astringenza dei vini.
Le fermentazioni sono spontanee, condotte esclusivamente dai lieviti indigeni. Non si aggiunge nulla: né lieviti, né enzimi, né acidità, né zucchero. L'affinamento avviene nelle fresche cantine in pietra della tenuta: in vasche di cemento per la cuvée Tradition e in vecchie botti di rovere per ventiquattro-trentasei mesi per Jadis e la Valinière, con una quota molto ridotta di legno nuovo. I vini non vengono né chiarificati né filtrati e non si utilizza zolfo, né durante l'affinamento né all'imbottigliamento. Questa totale assenza di protezione richiede una conservazione attenta, in una cantina fresca e a temperatura stabile, e un servizio senza decantazioni brusche: i vini si aprono da soli nel bicchiere, spesso nell'arco di diverse ore.
Faugères Tradition è la cuvée d'ingresso della tenuta e quella prodotta in maggiore quantità. Unisce una prevalenza di carignan da vecchie vigne, circa il 60 %, a pressappoco il 30 % di grenache e il 10 % di cinsault, provenienti dai pendii di scisto profondo della denominazione. L'affinamento avviene esclusivamente in vasche di cemento, senza passaggio in legno, per preservare la vivacità del frutto e la purezza del terroir. Il naso intreccia frutti rossi e neri, spezie, note floreali e una punta di selvaggina molto riconoscibile. Al palato è strutturato e tannico, ma sorprendentemente facile da bere, sostenuto da una freschezza insolita per un vino del Sud. È un'introduzione ideale allo stile della casa: da aprire mezz'ora prima di servirlo a 16-18 gradi, in abbinamento a una bavetta di manzo, carne alla griglia o pollame in salsa, e da bere entro cinque-otto anni.
Faugères Jadis è il cuore della gamma e senza dubbio la cuvée più emblematica della tenuta. Si basa su circa il 50 % di carignan da vecchie vigne, il 40 % di syrah proveniente da una parcella esposta a sud e il 10 % di grenache. Dopo tre-quattro settimane di macerazione in vasche di cemento, con follature manuali e una pressatura delicata nel torchio verticale di legno, il vino viene affinato per ventiquattro-ventisei mesi in vecchie botti di rovere, con una quota minima di legno nuovo, e poi imbottigliato senza filtrazione. Il naso è intenso e invitante, con note di ribes nero, mirtillo e ciliegia nera, arricchite da cuoio, oliva nera ed erbe della macchia mediterranea. Il palato è ampio, carnoso, profondo, con tannini fini e morbidi e un finale setoso di grande persistenza. Jadis merita cinque-dieci anni di cantina per esprimere tutto il suo potenziale e si abbina magnificamente a una costata di manzo frollata, al lardo alla griglia o alla selvaggina da penna.
Faugères La Valinière è la cuvée di prestigio di Léon Barral, la più rara e quella che impiega più tempo ad aprirsi. È dominata dal mourvèdre, circa l'80 %, completato da pressappoco il 20 % di syrah proveniente, in questo caso, da una parcella esposta a nord: una scelta che preserva l'acidità e la finezza aromatica. Il protocollo di vinificazione è lo stesso, con una macerazione di tre-quattro settimane e una pressatura lenta, ma l'affinamento è decisamente più lungo: trenta-trentasei mesi in vecchie botti di rovere, nelle freddissime cantine in pietra della tenuta. Il vino è strutturato, denso, complesso, segnato da cuoio, spezie, liquirizia, frutti neri ben maturi e una trama minerale di scisto. I tannini sono potenti ma avvolgenti, secondo il principio del pugno di ferro in guanto di velluto, e la persistenza è impressionante. È un vino da invecchiamento che richiede pazienza, da gustare con selvaggina, uno stufato, un ossobuco o una guancia di manzo brasata.
Il Blanc della tenuta, commercializzato come Vin de France, è una curiosità affascinante. È composto per circa l'80 % da terret blanc e terret gris, varietà antiche della Linguadoca diventate rarissime, con il 10 % di roussanne e il 10 % di viognier, coltivati sugli stessi pendii scistosi. Le uve macerano con le bucce per un periodo che va da poche ore a qualche giorno nel vecchio torchio di legno: questa cuvée appartiene quindi alla famiglia dei cosiddetti vini arancioni da macerazione. La fermentazione è spontanea, l'affinamento prosegue per dieci-dodici mesi a seconda delle annate e l'imbottigliamento avviene senza chiarifica, senza filtrazione e senza aggiunta di zolfo. Il colore è dorato, talvolta velato, tendente all'aranciato. Al naso, inizialmente lievemente ossidativo e poi più aperto con l'aerazione, emergono mandorla, nocciolo di albicocca, pesca, mandarino, miele di fiori ed erbe della macchia mediterranea. Il palato è ricco e ampio, con una percezione tannica ben presente, un attacco vivace di acidità citrica, sottili note amare e un lungo finale sapido di frutti gialli affumicati. Un vino gastronomico da servire con choucroute, salsiccia bianca, una torta salata al formaggio di capra o una vellutata di cavolfiore, e da conservare rigorosamente al fresco.
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