Gilles Berlioz Chignin Bergeron Résilience 2023
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I vini di Christine e Gilles Berlioz, Vini di Savoia haute couture
Christine e Gilles BERLIOZ hanno creato il loro domaine nel 1990 (che è stato ribattezzato Domaine Partagé). Situato sui ripidi pendii di Chignin in AOP Savoia, tra calcari, limi e argille, il vigneto di 4,8 Ha è lavorato come un giardino dal 2007. Il domaine Berlioz ha volontariamente ridotto la sua superficie da 7 Ha a 4,8 Ha per lavorare meglio in biodinamica certificata DEMETER.
Figlio di un operaio e paesaggista di formazione, Gilles Berlioz non era affatto destinato a diventare vignaiolo. Fa il grande passo nel 1990, con appena ottomila metri quadrati di vigne nella zona di Chignin, affiancato dalla compagna Christine. Completamente autodidatta, riservato e appassionato del mondo vivente, impara il mestiere osservando, leggendo e confrontandosi con i colleghi. Il vigneto cresce lentamente, parcella dopo parcella, fino a raggiungere gli attuali quattro ettari e mezzo: una superficie volutamente contenuta che consente cure quasi da orto.
La coppia avvia la conversione all’agricoltura biologica alla fine degli anni Novanta, ottiene la certificazione qualche anno più tardi e adotta poi i principi della biodinamica. Il gesto più simbolico resta tuttavia il cambio di nome della proprietà, divenuta Domaine Partagé. La scelta è filosofica: per Gilles Berlioz, tutte le persone che hanno lavorato qui e che vi lavorano ancora hanno contribuito a fare della tenuta ciò che è oggi, e ciascuno è responsabile di tutto. Questa generosità si riflette anche nel suo rapporto con l’ambiente naturale: talvolta vende parte delle uve ad amici vignaioli come Jean-Yves Péron o ad artigiani dell’Alvernia, per sperimentazioni comuni sulle macerazioni. Sempre alla ricerca di miglioramenti, partecipa regolarmente a ricerche e corsi di formazione sulla vite e sulla sua coltivazione. Le sue etichette, tra le più originali e divertenti della Savoia, cambiano ogni anno e sono disegnate da amici artisti, tra cui l’illustratore Michel Tolmer.
Chignin occupa uno dei pendii più belli della comba di Savoia, ai piedi del massiccio dei Bauges, e gode di privilegiate esposizioni a sud e sud-est. Le viti crescono su detriti calcarei misti ad alluvioni e argille, poggiati su un solido substrato calcareo che assicura un drenaggio perfetto e un’impronta minerale immediatamente riconoscibile. Le pendenze sono marcate, talvolta vertiginose, e l’escursione termica tra giorno e notte, tipica del clima alpino, preserva un’acidità vibrante e aromi di grande precisione.
Ogni parcella è vinificata separatamente secondo il principio fondante della tenuta: un terroir, una cuvée. I Chignin-Bergeron provengono così da due zone distinte: una con suoli più superficiali e sassosi, l’altra esposta a sud su un terreno più profondo, dando vita a due interpretazioni molto diverse dello stesso vitigno. Il bergeron, nome savoiardo della roussanne, occupa il posto d’onore e dà qui vini più dinamici e più aciduli che nella sua terra d’origine, nel nord della valle del Rodano. Lo affiancano la jacquère, vitigno storico di Chignin, l’altesse per le Roussette de Savoie, oltre alla mondeuse e a un po’ di gamay per i rossi. I suoli sono arati con il cavallo, le rese sono molto basse e la vendemmia si svolge in più passaggi per raccogliere soltanto i grappoli perfettamente maturi. La produzione totale supera di poco i cento ettolitri per annata.
Gilles Berlioz ammette di preferire il lavoro in vigna a quello in cantina, e il suo approccio enologico ne discende direttamente: quanto più le uve sono sane e ben pressate, tanto meno occorre intervenire in seguito. Le uve bianche vengono pressate a grappolo intero con pressature lunghe e delicate, di quattro-cinque ore, che estraggono il mosto senza forzature. Nessuna aggiunta di lieviti, nessun additivo, nessuna zuccheratura: le fermentazioni partono spontaneamente e si svolgono a bassa temperatura.
Sostenitore della cristallizzazione sensibile, un metodo di analisi che rivela la vitalità dei vini, il vignaiolo ha scelto di far fermentare e affinare i vini principalmente in vasche e in contenitori ovoidali orizzontali in fibra di vetro, un materiale neutro che preserva integralmente la vivacità del frutto. Gli affinamenti sono volutamente brevi e l’imbottigliamento avviene generalmente nel marzo successivo alla vendemmia. Le dosi di zolfo sono molto basse, intorno ai trenta milligrammi per litro in totale, e diminuiscono di anno in anno, così come il ricorso alla chiarifica e alla filtrazione. I bianchi subiscono una leggera filtrazione, i rossi non vengono mai filtrati.
Il Vin de Savoie Chignin Le Jaja è la porta d’ingresso alla tenuta e l’espressione più immediata della jacquère. Proviene da circa settemila metri quadrati di viti quarantennali, piantate su suoli alluvionali e argillosi che poggiano sul calcare, su un pendio esposto a sud-est. Conquista con il colore pallido, i profumi di agrumi e fiori bianchi e un sorso vivace, cristallino e dissetante. È un bianco di montagna schietto, perfetto con una tomme de Savoie o con pesci di lago. La cuvée Cricri, nata con l’annata 2020 e la cui etichetta, disegnata da Michel Tolmer, raffigura Christine, interpreta la jacquère in una veste ancora più gioiosa e accessibile, a partire da vigne acquisite di recente e in fase di conversione.
La Roussette de Savoie El Hem è dedicata all’altesse, vitigno nobile ed esigente della regione. Il suo nome rende omaggio a un’avvocata che aiutò il vignaiolo a uscire da una situazione difficile e divenne una sua cara amica. Nata da un terroir splendido, questa cuvée offre più corpo e densità di Le Jaja: un frutto quasi in composta che oscilla tra pera, mela cotogna, ananas e mango, un sorso concentrato e rotondo, definito da una trama minerale, una tensione acidula e un finale salino e iodato lunghissimo. È un grande bianco da tavola, ideale con una blanquette o una poule au riz, capace di invecchiare serenamente fino a una decina d’anni.
I due Chignin-Bergeron rappresentano il vertice della produzione della tenuta. Les Fripons nasce dalle parcelle con i suoli più poveri e sassosi: il colore è giallo limone intenso, mentre al naso si intrecciano fiori gialli, gelatina di mele cotogne, pesca e albicocca, ravvivati da un tocco acidulo di caramella all’arancia, frutto della passione e kiwi, con una nota mentolata e una sfumatura affumicata. Il sorso è materico e profondo, dominato da una mineralità che esalta il bouquet floreale e fruttato della roussanne. Denso e complesso, accompagna magnificamente un salmerino alpino o delle quenelle e può conservarsi per una decina d’anni. Les Filles, omaggio alle numerose donne che hanno dato vita al Domaine Partagé, proviene da una parcella esposta in pieno sud, su un terreno più profondo, vendemmiata in più passaggi per raccogliere soltanto i grappoli più maturi. Più carnoso, rotondo e vellutato del suo gemello, sprigiona un frutto intenso e seducente che richiama il mandarino e le spezie calde, con un sorso ricco e complesso che resta tuttavia fresco e perfettamente digeribile. Il colore giallo limone limpido, il bouquet di frutta a nocciolo, fiori bianchi ed erbe fresche e la sua grande purezza ne fanno un vino da invecchiamento capace di raggiungere una dozzina d’anni, che trae grande beneficio da un passaggio in caraffa.
Tra i rossi, il Vin de Savoie La Deuse valorizza la mondeuse, vitigno emblematico e rustico della Savoia, vinificato senza filtrazione. Il colore è scuro, il naso speziato richiama pepe nero, violetta e frutti neri, mentre il sorso è deciso e fresco, con tannini fini e un bel finale salino: un autentico rosso di montagna, ideale con salumi e carni arrosto, che migliora nell’arco di cinque-dieci anni. La cuvée Bibi, arrivata anch’essa con l’annata 2020 e la cui etichetta firmata Michel Tolmer raffigura lo stesso Gilles, unisce gamay e mondeuse in una veste decisamente golosa: frutti rossi croccanti, morbidezza e immediata piacevolezza di beva, per un vino da gustare con gioia che ricorda come, al Domaine Partagé, la serietà del lavoro non escluda mai l’allegria.
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